Sono lenta ad ascoltare i CD. Come minimo ho bisogno di un mese per assorbirne uno del tutto e i risultati del mio giudizio non sono nemmeno troppo entusiasmanti, dovuto soprattutto alla mia scarsa capacità analitica e ai miei punti di riferimento un pò inusuali. Parto quindi con qualche post aggregativo in ordine decrescente di gradimento.

Grey Oceans, CocoRosie: tutto quello che devo dire si potrebbe riassumere con una calzante citazione: “Io so’ io e voi non siete un cazzo”. Che sofferenza arrivare alla fine di questo CD! Troppo distanti dal limpido La maison de mon reve e persino dal non eccellente The Adventures of Ghosthorse and Stillborn, siamo arrivati all’autocelebrazione di Sienna e Bianca come una coppia di eccentriche alternative che sembrano pensare di non dover dimostrare più nulla. Lo scivolone più grande sta nelle consunte melodie orientaleggianti di Smokey Taboo e di R.I.P. Burn Face che vogliono rimarcare un esotismo assolutamente non necessario e così stridente vicino a due pezzi quasi (Trinity’s Calling) riusciti (Grey Oceans, di cui si sente da lontano il ricordo della collaborazione con Anthony). Questa è la mia prima sensazione. E a me le CocoRosie piacciono. La speranza si accende con la delicata e bucolica Gallows che però è già la nona traccia. E poi commercialame. Un’occasione perduta ma spero ancora che le sorelle Cassidy ritrovino il sentiero smarrito.
The Five Ghosts, Stars: credo che il fatto di aver dovuto andare a cercare il titolo dell’album sul lettore sia sufficientemente eclatante, non tanto della mia vecchiaia galoppante, quanto del fatto che l’ultimo lavoro degli Stars non abbia lasciato alcuna traccia in me. E ne sono profondamente rammaricata. Album di passaggio? Sfizio? Non sapevano che pesci pigliare? Va a saperlo. La scelta di mettere in primo piano le voci a scapito del tappeto sonoro electro (l’esatto contrario di In Our Bedroom After the War) non mi è andata molto a genio, sebbene in Dead Hearts e in Fixed sia la più azzeccata possibile. Tuttavia la sensazione di smarrimento di fronte all’apparente (o no) semplicità del CD continua a permanere in me, tanto che nei miei cassettini mentali l’ho catalogato come album fluido-umorale: sempre piacevolmente scorrevole ma dall’opinione in continuo divenire. In fondo non è poi una cattiva cosa.
Forgiveness Rock Record, Broken Social Scene: non è che non mi sia piaciuto, è che mi aspettavo di meglio (e credo di essere una dei pochi ad aver apprezzato considerevolmente l’album “solista” Spirit If - influenza tortoise-ica quadruplicata? - ). C’è chi lo definisce “il miglior disco indie rock del 2010″: un giudizio affrettato in tutti i sensi. Il CD non fa altro che riconfermare il sound BSS con tutti gli annessi e i connessi. Questo mi fa anche piacere ma io lo vedo come un album di stop prima del bivio “innovare o morire”. Nessuno pretende un nuovo You Forgot It Into the People ma qui c’è ben poco da spremere e da dire. E’ un CD da serate estive con gli amici per quanto scorre leggero, dopo l’esplosione di energia di World Sick, un’energia che però si spegne subito per riproporre la solita celebrazione dei sentimenti che è stato il cavallo di battaglia dei BSS sin dagli esordi. Alla fine anche qui c’è solo da sperare nel futuro.
sui BSS: al primo ascolto sbadigliavo, al secondo sorridevo, al terzo mi esaltavo. Bellissimo, altroché!
forse io mi aspettavo troppo (come al solito). mi ha stufato presto però, cosa che invece gli stars non hanno ancora fatto. vai a sapere. :p